La papera PippiCalzeLunghe contro la guerra

La papera PippiCalzeLunghe contro la guerra

PippiCalzeLunghe la papera pacifista

Mi chiamo PippiCalzeLunghe, e vi premetto che questo nome così buffo non l’ho scelto io, ma i miei umani, che quando mi hanno adottato, hanno iniziato a chiamarmi così, per via delle mie zampette che sembravano calzette arancioni.

Sicuramente molto tempo fa Giulia e Marco, i miei genitori adottivi, non avevano meglio da fare che guardare la televisione, perché poi mi hanno spiegato che Pippi Calze Lunghe è il nome di una simpatica bambina ribelle e sognatrice che negli anni ’70 era la protagonista di un telefilm.

Ma io sono una papera, e non chiedetemi se da grande diventerò un’oca o un’anatra. So solo che quando è ora della pappa, Bob, il mio amico sornione a quattro zampe, e sente la voce di mamma strillare, “PippiCalzeLungheeeeeeeeeeeeeeeee” ride sotto i baffi.

Felice si avvicina a me poiché sa che finalmente si mangia. Io comincio a starnazzare ma poi concedo un po’ del mio cibo anche a lui, che cerca sempre di allungare la zampetta per arraffare nella mia ciotola.

Da quando sono arrivata in questa nuova casa per me sono cambiate tante cose. Ho scoperto che la vita in compagnia loro è davvero bella. Sono cresciuta in un pollaio, vicino ad uno stagno in compagnia di altre paperelle, ma anche di simpatiche oche e anatre, polli e galline.

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Non dimenticherò mai Numero 206, la mia amica preferita che improvvisamente non ho mai più visto . Con lei la sera mi facevo lunghe chiacchierate, parlavamo di come era bello passeggiare sull’erba bagnata e fare il bagno nello stagnetto. Mi raccontava sempre che avrebbe voluto raggiungere il fiume adiacente al pollaio per vedere cosa c’era, e che ci impedivano di andarci.

Era davvero curiosa e di giorno quando ci lasciavano libere sul prato, cercava sempre di allontanarsi ma il guardiano del pollaio la faceva tornare sulle righe, rimproverandola di continuo.

Immagino sempre Numero 206 felice nell’acqua di quel fiume, seguita dai suoi piccoli, oltre quella terra arsa che divideva la cascina dal fiume. Sono convinta che la mia amica abbia realizzato finalmente il suo sogno.

All’epoca non sapevo nulla della vita, ma correva voce che il posto dove vivevamo era davvero un inferno. Si diceva che noi animali servivamo agli umani chissà per quale futile motivo e che tutti avremmo fatto una brutta fine.
Cominciai allora a vivere nel terrore e nella speranza che quel giorno non arrivasse mai. Ma Numero 18, il pollo più anziano, che per noi era un saggio, non raccontava mai bugie e se lo diceva lui che con le galline si faceva il brodo, era verità.

“Cibo”, ecco cosa saremmo diventati, questa era la sua tesi da saggio.
Ho vissuto in quel posto, giusto il momento per capire che le parole di Numero 18 si sarebbero avverate ben presto: il guardiano del pollaio prima ci nutriva, aspettava che crescessimo per poi portarci al patibolo. Avrei voluto passare le notti a fissare le stelle, e invece chiusa nella mia gabbia, nascondevo la paura e l’incertezza.

Fu una notte che pioveva a dirotto, che ebbi la consapevolezza che qualcosa di bello sarebbe successa nella mia vita, anche se in verità in quel momento avevo la tensione addosso.
Le gambe mi tremavano. Chiusi gli occhi per paura di vedere la realtà e fortunatamente stetti zitta e immobile.

Nel pollaio la luce di una piccola torcia tremante illuminava le nostre facce, una ad una. Avevo il cuore che mi batteva forte, capii che era arrivata la mia fine. Per un attimo pensai: “Ecco sono arrivati i boia che taglieranno la mia testa!”

Davanti a noi apparvero due persone incappucciate, e a mala pena riuscii a intravedere i loro occhi.
Cercavano in tutta fretta di acchiapparci e metterci in una scatola di cartone. Erano veloci nei gesti. Le galline si erano svegliate, cominciarono a schiamazzare dopo aver avvertito la loro presenza.

Fu una vera esplosione di grida. Quando stavano per andare via gli incappucciati, si fermarono davanti a me.
In quel momento ho visto i loro occhi tristi, ed ho subito chiuso i miei nella speranza che mi lasciassero lì. Impaurita ho avuto solo la forza di pregare. Tremavo dalla paura, ma mi accorsi che forse anche la mano di chi mi aveva preso con forza e messo in quel cartone aveva timore di qualcosa.

Non so cosa sia successo pochi minuti dopo che ci hanno portato via. Credo che i due incappucciati abbiano fatto una sfrenata corsa con il cartone stretto tra le braccia.
Mi sentivo sballottata li dentro, anche se stavamo tutte strette. Il calore delle mie amiche mi dava conforto. Saremmo per lo meno state insieme fino alla fine. Ci portarono in una macchina che sgommò via come un fulmine.
Ma durante quel viaggio una voce gentile ci parlava dolcemente, qualcuno infine aprì il cartone dove eravamo rinchiuse per farci respirare. Ci accarezzò la testolina per tutto il tempo che siamo state nella scatola. Quella voce è la stessa che oggi mi chiama PippiCalzeLunghe.
Così ho conosciuto quei due screanzati dei miei genitori, che mi amano come se fossi un gatto o un cane, perché dicono sempre che noi animali siamo tutti uguali.

Io invece amo farmi il bagnetto nella acqua fresca mentre Bob corre appresso a me, ma lui ha paura dell’acqua e non si tuffa e mi guarda quando nuoto. Quando sono felice scodinzolo come un cane, e amo dare i bacetti a tutti gli umani che ci vengono a trovare nel bellissimo posto dove oggi mi trovo e dove non esiste nessuna cattiveria, ne tra uomini e ne tra noi animali.

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No alla guerra

In questi giorni però vedo Giulia e Marco un po’ preoccupati. Divento ancora più sensibile di quanto già non lo sia, quando loro sono giù di morale.

Corre voce che in una parte del mondo, che si chiama Ucraina, da sei giorni è scoppiata una guerra terribile, non chiedetemi il motivo, non lo conosco.
So solo che gli spari e le bombe fanno da sottofondo per tutta la giornata. La gente cerca di fuggire, perde i propri amici, le case, il lavoro, perde tutto, a volte anche la vita.

So anche che in Ucraina c’è un uomo italiano straordinario, che si chiama Andrea, che ha deciso di restare in quella terra, nonostante la guerra per difendere i suoi 400 animali, abbandonati o animali che sarebbero diventati cibo e accolti nel suo rifugio, che si chiama Rifugio Italia Kj2.
La guerra, vista con gli occhi di una peperella è sicuramente orrore, è l’inferno. Lo stesso inferno che io ho vissuto prima di conoscere la libertà.
Ecco, a voi umani che fate la guerra vorrei dire tanto. Ma credo che bastino davvero poche parole essenziali in questo momento.
Solo l’amore può sconfiggere la guerra, no le armi, in questo mondo che soffre ed ha paura, e sognare è l’unica cosa che posso fare io… sognare che uomini e animali possano finalmente esseri liberi.
Sognare che il nostro amico Andrea in questo orrendo momento abbia la forza e il coraggio di andare avanti, per lui e i suoi animali.
Sognare che l’amore entri nel cuore di tutti.

Spero che anche voi stanotte sogniate la libertà per tutti gli esseri viventi. 🐥

Andrea Cisternino Pet Blog

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